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Film: Italia a mano armata (1976)

Marino Girolami dirige, con lo pseudonimo di Franco Martinelli, il capitolo finale della "trilogia del Commissario".  Protagonista della mini saga è il Commissario Betti/Maurizio Merli, volto iconico quest'ultimo del poliziottesco italiano, tutore dell'ordine tanto coraggioso e votato al sacrificio quanto poco incline al rispetto dei superiori e soprattutto delle regole.  L'intero filone del cinema nostrano, che ebbe un grande ma effimero successo nella seconda metà degli anni '70, è costruito intorno a un ben preciso cliché del poliziesco a stelle e strisce, e ne accentua i caratteri individualisti e (sommariamente) giustizialisti fino a rendere plausibili le accuse di ideologia fascistoide che avevano colpito anche i suoi predecessori made in USA , a cominciare da "Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo". "La polizia ringrazia" di Steno (1972) aveva dettato tempi e temi di un genere molto più debitore dell' hard boiled americano...

Film: Zeder (1983)

Sette anni dopo " La casa dalle finestre che ridono ", Pupi Avati torna ad ambientare un horror nella bassa pianura Padana; questa volta però l'azione si sposta dalla foce del Po alla riviera romagnola e il soggetto (scritto dal regista, mentre alla sceneggiatura hanno collaborato Antonio Avati e Maurizio Costanzo), sotto certi aspetti debitore di Lovecraft, è decisamente più virato verso il soprannaturale. Geniale è in primo luogo la scelta delle location: a parte Bologna, dalla quale il racconto prende le mosse e che non è priva di un certo fascino sinistro, far svolgere una storia che parla di esperimenti segreti per far tornare in vita i morti nella terra della piadina e di Raoul Casadei (in piena estate, per giunta) denota un certo coraggio, come ebbe a riconoscersi lo stesso Pupi Avati in un making of di qualche anno fa. L'amenità dei luoghi non va però a discapito della tensione, che anzi cresce implacabile fino all'angoscia delle sequenze finali, dove bu...

Film: Il Mucchio Selvaggio (1969)

Come tutti i film che hanno segnato un'epoca, il capolavoro di Sam Peckinpah sfugge alle classificazioni e alle etichette. Esso rappresenta senza dubbio un punto di svolta nella storia del suo genere: il West, come luogo filmico, non è stato più lo stesso dopo le scorribande del "mucchio". C'è stato, tutt'al più, spazio per l'elegia ("Butch Cassidy" di George Roy Hill, "Pat Garrett e Billy the kid", dello stesso Peckinpah), per le storie di vendetta con un occhio al soprannaturale ("Lo straniero senza nome" e "Il cavaliere pallido" di Clint Eastwood), per la nostalgia ("Silverado" di Lawrence Kasdan), per il revisionismo ("Balla coi lupi" di Kevin Costner, " Gli Spietati ", ancora di Eastwood). Ma lo spirito del West, sostiene qualcuno, è morto con le "gesta" dei delinquenti del "mucchio".  Delinquenti, appunto: questo è uno dei tratti che ne fanno un western assolutament...

Film: Cruising (1980)

William Friedkin "torna" a New York dopo " Il braccio violento della legge ", ma lo fa con una storia e con una messa in scena a tinte forti che non mancano di suscitare polemiche, durante e dopo la lavorazione del film.  Le riprese sono costantemente boicottate da gruppi di attivisti per i diritti degli omosessuali, convinti che Friedkin voglia dipingere l'intera comunità gay come violenta e dedita al vizio; le proteste culminano addirittura con una marcia di mille persone attraverso l'East Village, nell'estate del 1979. Le cose non vanno meglio con la censura: la Motion Picture Association americana concede alla pellicola un rating R (divieto ai minori di 17 anni) ma solo dopo che Friedkin acconsente a tagliare ben 40 minuti dal cut originale. Basato (piuttosto liberamente) su un romanzo del reporter del New York Times Gerald Walker, Cruising racconta dell'incarico affidato dal capitano Edelson (Paul Sorvino) all'agente Steve Burns (Al Pacino)...

Film: L'urlo di Chen terrorizza anche l'Occidente (1972)

Uscito nel 1972 con il titolo "The Way of the Dragon" (e nel 1974 negli States come "Return of the Dragon"), segna il debutto di Bruce Lee dietro la macchina da presa, dopo la rottura con Lo Wei, che aveva diretto i suoi primi due film.  Prodotto dalla leggendaria Golden Harvest di Raymond Chow, introduce elementi di comicità allora inediti nel genere, legati soprattutto alla goffaggine di Chen-Bruce Lee nell'adattarsi ai costumi occidentali, e che di fatto inaugurano quel filone del cinema di arti marziali che farà la fortuna - tra gli altri - di Jackie Chan. E, altro dato degno di nota, dà al cinema di Hong Kong una dimensione internazionale: non solo perché sposta fisicamente l'azione in Europa, ma anche perché ingaggia per l'occasione due dei più noti martial artists americani dell'epoca: Chuck Norris, campione dei pesi medi di karate per 7 volte consecutive, e Robert Wall, cintura nera 8° dan e suo allievo nel film e nella vita. Lao Shan (Nora ...

Film: Il braccio violento della legge (1971)

Sono due i film che, all'inizio degli anni '70, hanno segnato un punto di svolta nel cinema poliziesco, di fatto inaugurando l'era moderna del genere.  Uno di questi è "Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo" ("Dirty Harry", 1971) di Don Siegel, con Clint Eastwood nei panni del personaggio destinato a diventare il poliziotto più famoso della storia del cinema, insofferente alle regole e al sistema, cinico, disilluso e disposto a usare metodi poco ortodossi, quando non brutali, per raggiungere il suo scopo. Al di là delle risibili accuse di propagandare un'ideologia fascistoide, il film fissa - sul piano stilistico ma soprattutto dal punto di vista tematico - gli standard per il poliziesco a venire (il cosiddetto hard boiled) : l'eroe è un cane sciolto, animato dalla volontà di giustizia ma poco incline al rispetto delle regole e dei superiori, fedele a un proprio codice morale che spesso mal si combina con quello che l'istituzione vorreb...

Serie TV: Miami Vice (1984-1990)

Alcuni la considerano la più grande serie di tutti i tempi; sicuramente si è trattato di un punto di svolta cruciale nella storia degli show televisivi, e non solo di quelli polizieschi. Miami Vice ha letteralmente rivoluzionato il modo di concepire una serie TV, e lo ha fatto da diversi punti di vista.  Innanzitutto, sotto il profilo estetico. Il produttore Michael Mann ha imposto uno stile ben preciso, che sotto l'aspetto delle scelte cromatiche insiste sulle tinte pastello (arrivando al punto di fare appositamente ridipingere intere facciate di edifici art-deco del quartiere di South Beach, all'epoca in stato di degrado) e che in generale segna un netto cambio di rotta rispetto ai police procedurals degli anni '70 e '80: i soprabiti dimessi del Tenente Colombo e le cravatte dell'ispettore Derrick lasciano il posto ai blazer di Armani, e la moda gioca un ruolo primario nel definire il tono medio degli episodi. Gianni Versace e Hugo Boss furono consulenti della s...