Sette anni dopo "La casa dalle finestre che ridono", Pupi Avati torna ad ambientare un horror nella bassa pianura Padana; questa volta però l'azione si sposta dalla foce del Po alla riviera romagnola e il soggetto (scritto dal regista, mentre alla sceneggiatura hanno collaborato Antonio Avati e Maurizio Costanzo), sotto certi aspetti debitore di Lovecraft, è decisamente più virato verso il soprannaturale.
Geniale è in primo luogo la scelta delle location: a parte Bologna, dalla quale il racconto prende le mosse e che non è priva di un certo fascino sinistro, far svolgere una storia che parla di esperimenti segreti per far tornare in vita i morti nella terra della piadina e di Raoul Casadei (in piena estate, per giunta) denota un certo coraggio, come ebbe a riconoscersi lo stesso Pupi Avati in un making of di qualche anno fa.
L'amenità dei luoghi non va però a discapito della tensione, che anzi cresce implacabile fino all'angoscia delle sequenze finali, dove buona parte del merito va all'ambientazione scelta per l'epilogo: la colonia di Spina, struttura gigantesca e spettrale, abbandonata negli anni '60 e che in realtà è la colonia Varese, ancora visibile (non senza infrangere qualche divieto) a Milano Marittima.
Stefano (Gabriele Lavia) è uno scrittore in cerca di affermazione: i suoi primi due romanzi sono rimasti nel cassetto e l'idea per il terzo (forse, quello buono) gli viene da una vecchia macchina da scrivere che sua moglie Alessandra (Anne Canovas) gli regala per il loro anniversario. Leggendo in controluce il nastro, Stefano viene a conoscenza della figura controversa di Don Luigi Costa, un ex prete scomparso in circostanze poco chiare, e delle ricerche di un certo Paolo Zeder sui cosiddetti "terreni k", dotati di caratteristiche tali da farne delle zone senza tempo, o "a tempo zero" e quindi in grado, secondo Zeder e i suoi seguaci, di riportare in vita i defunti. Il mistero via via si infittisce, le morti violente si susseguono e tutto consiglierebbe di lasciar perdere, ma Stefano è determinato ad andare fino in fondo...
Qualche piccola ingenuità di sceneggiatura (a tratti sembra che tutti siano coinvolti e questo indebolisce un po' l'efficacia della storia), ma in definitiva la prova che non necessariamente la riuscita di un horror è direttamente proporzionale al budget (gli effetti speciali sono davvero minimali), soprattutto quando una regia sapiente e un buon gruppo di attori garantiscono una suspence costante.
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