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Film: Italia a mano armata (1976)

Marino Girolami dirige, con lo pseudonimo di Franco Martinelli, il capitolo finale della "trilogia del Commissario". 
Protagonista della mini saga è il Commissario Betti/Maurizio Merli, volto iconico quest'ultimo del poliziottesco italiano, tutore dell'ordine tanto coraggioso e votato al sacrificio quanto poco incline al rispetto dei superiori e soprattutto delle regole. 
L'intero filone del cinema nostrano, che ebbe un grande ma effimero successo nella seconda metà degli anni '70, è costruito intorno a un ben preciso cliché del poliziesco a stelle e strisce, e ne accentua i caratteri individualisti e (sommariamente) giustizialisti fino a rendere plausibili le accuse di ideologia fascistoide che avevano colpito anche i suoi predecessori made in USA, a cominciare da "Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo".
"La polizia ringrazia" di Steno (1972) aveva dettato tempi e temi di un genere molto più debitore dell'hard boiled americano che delle atmosfere noir di periferia di Giorgio Scerbanenco: poliziotti e carabinieri sono spesso impotenti di fronte alle pastoie di un sistema giudiziario farraginoso che i criminali sfruttano a proprio vantaggio, e si ritrovano a combattere i malviventi con i loro stessi metodi, in sprezzo alle regole del gioco e in aperto contrasto con superiori inetti, quando non corrotti.
Questa volta il Commissario Betti, in servizio a Torino, ha a che fare con una banda senza scrupoli che ha sequestrato uno scuolabus; le indagini lo porteranno prima a Milano poi a Genova, sulle tracce del losco faccendiere Jean Albertelli (John Saxon), che Betti sospetta sia coinvolto nel rapimento. 
Ottime le scene d'azione (soprattutto gli inseguimenti, un autentico tripudio di Alfette e di Fiat 131), coinvolgente la colonna sonora di Franco Micalizzi; e se non ci si aspetta una storia che brilli per originalità e una recitazione memorabile - e questo vale più o meno per l'intero genere poliziottesco - il film rappresenta un buon prodotto di intrattenimento. Senza fronzoli, ma anche senza pretese autoriali di sorta, e proprio per questo particolarmente godibile.
Maurizio Merli non riuscì mai ad affrancarsi dal ruolo del "poliziotto scomodo" (dal titolo di un suo film del 1978, diretto da Stelvio Massi), e trascorse praticamente tutti gli anni '80 senza lavorare. Il genere era tramontato, e con esso i suoi stereotipi e i suoi eroi.
L'attore morì nel 1989, a soli 49 anni, stroncato da un infarto.

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