Alcuni la considerano la più grande serie di tutti i tempi; sicuramente si è trattato di un punto di svolta cruciale nella storia degli show televisivi, e non solo di quelli polizieschi.
Miami Vice ha letteralmente rivoluzionato il modo di concepire una serie TV, e lo ha fatto da diversi punti di vista.
Innanzitutto, sotto il profilo estetico. Il produttore Michael Mann ha imposto uno stile ben preciso, che sotto l'aspetto delle scelte cromatiche insiste sulle tinte pastello (arrivando al punto di fare appositamente ridipingere intere facciate di edifici art-deco del quartiere di South Beach, all'epoca in stato di degrado) e che in generale segna un netto cambio di rotta rispetto ai police procedurals degli anni '70 e '80: i soprabiti dimessi del Tenente Colombo e le cravatte dell'ispettore Derrick lasciano il posto ai blazer di Armani, e la moda gioca un ruolo primario nel definire il tono medio degli episodi. Gianni Versace e Hugo Boss furono consulenti della serie, e nel 1986 i costumi vennero affidati al quattro volte premio Oscar Milena Canonero.
Le scassate auto civetta della polizia guidate dai "colleghi" di altri telefilm vengono definitivamente mandate in pensione, sostituite con automobili come l'ormai iconica Testarossa bianca di Crockett (Enzo Ferrari in persona ne donò due, una ai produttori e una a Don Johnson), e la produzione non bada a spese pur di mantenere alto l'impatto visivo: ogni episodio della prima stagione (1984-85), costa circa 1,3 milioni di dollari, il 30% in più rispetto a quanto speso da altre serie poliziesche dell'epoca per una puntata.
Una parte consistente del budget va alla musica, se è vero che durante la prima stagione si spendono circa 10.000 dollari a settimana per ottenere in licenza brani pop e rock di successo di artisti del calibro di Dire Straits, U2, Tina Turner, The Doors, Phil Collins, Roxy Music, Russ Ballard, John Waite, The Who, Lionel Richie, e decine di altri. E le canzoni nello show, come pure la straordinaria colonna sonora originale composta da Jan Hammer, non si limitano ad accompagnare l'azione facendo da sottofondo, ma sono esse stesse protagoniste e a volte si sostituiscono ai dialoghi: ci sono intere sequenze non parlate in cui inseguimenti e sparatorie, ma anche addii dolorosi e tristi epiloghi si svolgono, a seconda dei casi, sui ritmi incalzanti di un pezzo rock o sulle note dolenti di una ballata malinconica.
Stile fiammeggiante, marchio di fabbrica di Michael Mann, uso innovativo della musica, moda, auto e barche di lusso: ma Miami Vice è molto di più. In contrasto con il suo marcato focus su questi aspetti esteriori ed effimeri, e anche in questo caso in maniera assolutamente innovativa rispetto ai police procedurals "classici", scava a fondo nella psicologia dei personaggi e in primis dei protagonisti, che non sono solo poliziotti tutti d'un pezzo, ma sono soprattutto uomini, con le loro debolezze, le loro paure, i loro piccoli grandi drammi, un lavoro - quello sotto copertura - che in definitiva li segna e li consuma dentro, e una stima reciproca e una forte amicizia che li sostengono e li spingono ad andare avanti.
Anche qui sta la grande forza d'impatto di Miami Vice: un involucro scintillante e curato nei minimi dettagli in cui si dipanano storie umane e personali che altre serie più o meno coeve, da Starsky e Hutch ai Chips a Magnum P.I., ci avevano fatto credere non potessero trovare spazio in un telefilm poliziesco.
Ed è, questo, un tema al quale le produzioni successive non hanno potuto sottrarsi, che rappresenta dunque, a nostro avviso, l'eredità più significativa di Miami Vice, e che rende ancora attuali le gesta di James "Sonny" Crockett e di Ricardo "Rico" Tubbs, detective, ma prima ancora uomini, della leggendaria Squadra Antidroga di Miami.
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