Come tutti i film che hanno segnato un'epoca, il capolavoro di Sam Peckinpah sfugge alle classificazioni e alle etichette.
Esso rappresenta senza dubbio un punto di svolta nella storia del suo genere: il West, come luogo filmico, non è stato più lo stesso dopo le scorribande del "mucchio". C'è stato, tutt'al più, spazio per l'elegia ("Butch Cassidy" di George Roy Hill, "Pat Garrett e Billy the kid", dello stesso Peckinpah), per le storie di vendetta con un occhio al soprannaturale ("Lo straniero senza nome" e "Il cavaliere pallido" di Clint Eastwood), per la nostalgia ("Silverado" di Lawrence Kasdan), per il revisionismo ("Balla coi lupi" di Kevin Costner, "Gli Spietati", ancora di Eastwood). Ma lo spirito del West, sostiene qualcuno, è morto con le "gesta" dei delinquenti del "mucchio".
Delinquenti, appunto: questo è uno dei tratti che ne fanno un western assolutamente moderno. Non c'è più spazio per i cavalieri senza macchia, per l'eterna lotta tra il Bene e il Male, sembra dire Peckinpah. I protagonisti sono eroi negativi, ladri, assassini: le prime sequenze, girate in maniera magistrale, impreziosite dall'uso (pionieristico) del ralenti e forti dello straordinario montaggio alternato di Lou Lombardo, li vedono impegnati in una rapina a una banca durante la quale non esitano a uccidere e a farsi scudo con i civili per guadagnarsi una via di fuga. E i bounty hunter che gli danno la caccia, tra gli Stati Uniti e il Messico, non sono meglio di loro: avanzi di galera sudici e volgari capeggiati, guarda caso, da un ex membro (Robert Ryan) della banda di Pike Bishop (William Holden), attuale leader del "mucchio".
L'altro elemento di grande modernità è il realismo, anzi per alcune sequenze si può parlare di iperrealismo, e Peckinpah aveva idee ben precise al riguardo. Mai un western si era spinto a tanto fino ad allora, con l'eccezione forse di qualche film italiano ("Django" di Corbucci e "Se sei vivo spara" di Giulio Questi). Dalle donne calpestate a morte da cavalli imbizzarriti durante la rapina che apre il film, alla carneficina finale nella hacienda di Agua Verde (altro superlativo saggio tecnico di montaggio e regia), Peckinpah non arretra di fronte a nulla nella messa in scena della violenza, dell'ambiguità e della meschinità dei personaggi: Pike Bishop e la sua banda, il "mucchio", accettano - per denaro - di rubare armi all'esercito americano per conto del Generale Mapache (Emilio Fernandez), che le userà per sterminare la povera gente dei villaggi e per tentare di reprimere la rivoluzione di Villa e Zapata.
Il West è un luogo duro, spietato, sembra voler dire il regista, che prende le distanze, qui esteticamente e, in dichiarazioni successive anche verbalmente, dalle rappresentazioni edulcorate tipiche di certi "classici"; e forse proprio nella volontà di mostrare la faccia sporca - ma autentica - del mito della Frontiera sta il carattere ambivalente, multiforme del film, oltre al motivo della sua collocazione problematica nella storia del genere.
Il Mucchio Selvaggio vuole essere in un certo senso il più classico dei western, ossia il più vero e il più autentico, perché fa quello che la filmografia precedente non aveva osato: mostrare di che pasta erano fatti gli "eroi" della frontiera, raccontare quali erano le vere motivazioni (spesso subdole e meschine) che ne ispiravano le "gesta"; ma la ricerca dell'essenza del West conduce il regista troppo lontano dai cliché che fin dall'inizio della sua carriera aveva messo in discussione, sebbene con meno coraggio ("Sfida nell'alta Sierra"); e lo porta ad oltrepassare quel punto di non ritorno che consegna definitivamente a un passato mitologico il manicheismo e il "pudore" stilistico che rappresentavano la cifra tematica ed estetica dei classici, almeno fino a tutti gli anni Cinquanta.
Peckinpah inaugura così la fase moderna del genere, riprendendo il discorso iniziato qualche anno prima da John Ford ("L'uomo che uccise Liberty Valance") e portandolo alle estreme conseguenze.
Altissimo il tasso tecnico: assemblare le oltre 3.600 inquadrature richiese al regista e a Lou Lombardo ben sei mesi e il mix di montaggio alternato e ralenti è diventato uno standard di riferimento per buona parte del cinema d'azione a venire, fino a cristallizzarsi nelle sparatorie iper-stilizzate di John Woo.
Straordinario il cast, tra vecchie conoscenze di Hollywood e veterani del cinema indipendente; e la sequenza in cui William Holden (perfetto in un ruolo per lui insolito), Ernest Borgnine, Warren Oates e Ben Johnson, imbracciate le armi, si incamminano verso l'ennesima "missione" suicida, questa volta per salvare il loro amico Angel dalle grinfie di Mapache, recita letteralmente l'epitaffio del vecchio West e tiene a battesimo, non senza nostalgia, il mondo nuovo.
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