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Film: Gli spietati (1992)

Clint Eastwood torna al western sette anni dopo "Il cavaliere pallido", e dirige la sua opera migliore in questo genere.
Il film incassa - tra gli altri riconoscimenti - due Golden Globe (miglior regia e miglior attore non protagonista) e quattro Oscar: miglior regia, miglior attore non protagonista, miglior montaggio e miglior film, diventando il terzo western della storia del cinema premiato con l'Oscar più importante, dopo "I pionieri del West" (1931) e "Balla coi lupi" (1990) di Kevin Costner.
Basato su una sceneggiatura scritta negli anni '70 da David Webb Peoples (co-autore di Blade Runner) e già opzionata da Francis Ford Coppola, Gli spietati porta avanti un lavoro di decostruzione lungo due binari paralleli: da un lato inserendosi nel filone revisionista iniziato negli anni '60 da John Ford, sposato dagli spaghetti-western, proseguito da autori come Sam Peckinpah e volto a demitizzare il West, promuovendo al rango di eroi uomini dal passato torbido e dal presente non meno ambiguo, e in generale confondendo e sporcando la linea di demarcazione netta tra il Bene e il Male che era stata, dal punto di vista tematico, il tratto distintivo dei classici; dall'altro lato il film fa un passo decisivo, e definitivo, verso l'umanizzazione dell'Eastwood-personaggio, da pistolero infallibile della trilogia di Sergio Leone a killer in pensione che non è quasi più in grado di tenere un'arma in mano, e riesce a malapena a salire a cavallo. Eastwood ha deliberatamente e gradualmente, dalla fine degli anni '70 in poi, provveduto a scalfire l'immagine virile e "muscolare" che i suoi alter ego sullo schermo (Callaghan su tutti) avevano cementato e reso celebre, e lo ha fatto affiancando al protagonista di turno figure femminili particolarmente forti che gli rubavano la scena (Sondra Locke ne "L'uomo nel mirino"), o mettendo in luce impietosamente le debolezze, i vizi e le contraddizioni di personaggi apparentemente "tutti d'un pezzo" ("Corda tesa", "Gunny", "Gran Torino"). Un'operazione di grande intelligenza cinematografica, che poteva costargli la carriera, e che invece le ha dato ulteriore spessore e profondità.

Qui l'eroe-antieroe è William Munny, ex assassino diventato allevatore, che accetta per denaro di partecipare a un'ultima spedizione punitiva: la vittima designata questa volta è un cowboy che ha sfregiato una prostituta. Presto però Munny e i suoi compagni, vecchi e nuovi, si rendono conto che i tempi sono cambiati, loro stessi sono cambiati e invecchiati, o non sono mai cresciuti, e che "è una cosa grossa uccidere un uomo: gli levi tutto quello che ha, e tutto quello che sperava di avere".

Cast superlativo, in cui spicca Gene Hackman nel ruolo dello sceriffo dalla dubbia moralità; ma Morgan Freeman, lo stesso Eastwood e Richard Harris non sono da meno.

Sotto molti punti di vista, IL western definitivo, la chiusura di un ciclo, e la pietra tombale sul genere.

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