William Friedkin "torna" a New York dopo "Il braccio violento della legge", ma lo fa con una storia e con una messa in scena a tinte forti che non mancano di suscitare polemiche, durante e dopo la lavorazione del film.
Le riprese sono costantemente boicottate da gruppi di attivisti per i diritti degli omosessuali, convinti che Friedkin voglia dipingere l'intera comunità gay come violenta e dedita al vizio; le proteste culminano addirittura con una marcia di mille persone attraverso l'East Village, nell'estate del 1979.
Le cose non vanno meglio con la censura: la Motion Picture Association americana concede alla pellicola un rating R (divieto ai minori di 17 anni) ma solo dopo che Friedkin acconsente a tagliare ben 40 minuti dal cut originale.
Basato (piuttosto liberamente) su un romanzo del reporter del New York Times Gerald Walker, Cruising racconta dell'incarico affidato dal capitano Edelson (Paul Sorvino) all'agente Steve Burns (Al Pacino), il quale ha il compito di infiltrarsi nella comunità gay e sadomaso del Meatpacking District di Manhattan per scoprire chi c'è (e se si tratta di un solo killer) dietro una serie di brutali omicidi avvenuti nell'ambiente dei leather bar.
L'indagine stenta a decollare, ma più Steve si addentra in quel mondo, più ne apprende i codici e ne assorbe i comportamenti e le movenze, più vi si immedesima insomma, più la relazione con la sua ragazza Nancy (Karen Allen) ne risente: non gli è consentito parlare del suo incarico, e deve affrontare da solo la crisi di identità (forse anche sessuale) che proprio le sue indagini sembrano portare a galla, nonostante il film sia piuttosto ambiguo, e mai del tutto esplicito, anche sotto questo aspetto.
Incerto, in qualche modo sospeso è pure il finale: proprio quando sembra che l'inchiesta di Burns abbia preso una piega decisiva, emergono dubbi e accadono fatti che sembrano cambiare le carte in tavola.
Non sappiamo fino a che punto il carattere irrisolto del film sia voluto e in che misura sia invece addebitabile ai 40 minuti di tagli imposti dalla MPA. E non lo sapremo mai, visto che la United Artists ha perso (o distrutto) i nastri con le scene eliminate, che Friedkin avrebbe voluto utilizzare per una riedizione director's cut della pellicola.
La qualità della recitazione è appena nella media: Pacino ha fatto di molto meglio e Paul Sorvino è fin troppo flemmatico, lontano dai fasti a venire di "Quei bravi ragazzi"; decisamente più incisivi i caratteristi, a cominciare dall'immancabile Joe Spinell.
Ottima la colonna sonora di sapore punk/rock/disco, selezionata da Jack Nitzsche, con brani - tra gli altri - di Willy DeVille, The Cripples, John Hiatt e The Germs.
Ma a restare davvero impressa nella memoria, e a conferire al film un fascino sinistro, ad oggi immutato, è l'ambientazione in una New York notturna, sudata e sudicia, viziosa e violenta; una città che non sembra la stessa di Wall Street, del ponte di Brooklyn e di Times Square, ma un luogo nel quale dietro ogni angolo di strada ti puoi aspettare un agguato, ogni parco può essere il teatro di un crimine e ogni volto che incontri può essere quello del tuo assassino.
Un'atmosfera laida e truce, più vicina agli eccessi di Bill Lustig ("Maniac" e tutta la saga di "Poliziotto sadico") che alla New York un po' fumettistica - e al confronto quasi edulcorata - de "I guerrieri della notte" di Walter Hill.
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