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Film: Il braccio violento della legge (1971)

Sono due i film che, all'inizio degli anni '70, hanno segnato un punto di svolta nel cinema poliziesco, di fatto inaugurando l'era moderna del genere. 
Uno di questi è "Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo" ("Dirty Harry", 1971) di Don Siegel, con Clint Eastwood nei panni del personaggio destinato a diventare il poliziotto più famoso della storia del cinema, insofferente alle regole e al sistema, cinico, disilluso e disposto a usare metodi poco ortodossi, quando non brutali, per raggiungere il suo scopo. Al di là delle risibili accuse di propagandare un'ideologia fascistoide, il film fissa - sul piano stilistico ma soprattutto dal punto di vista tematico - gli standard per il poliziesco a venire (il cosiddetto hard boiled): l'eroe è un cane sciolto, animato dalla volontà di giustizia ma poco incline al rispetto delle regole e dei superiori, fedele a un proprio codice morale che spesso mal si combina con quello che l'istituzione vorrebbe imporgli; è un segugio infallibile, ma a prezzo di una vita privata fallimentare, caotica, quando non dedita al vizio; e non arretra di fronte a nulla pur di assicurare alla giustizia il delinquente di turno. 
Si tratta di un filone che ha fatto la fortuna anche del "poliziottesco" nostrano (Maurizio Merli, e registi come Fernando Di Leo e Stelvio Massi) e che in alcuni casi ha condotto a esiti estremi ("Il cattivo tenente" di Abel Ferrara, sconvolgente parabola di autodistruzione interpretata in maniera magistrale da Harvey Keitel). Un filone che ha, appunto, una data di nascita ben precisa: il 1971, anno in cui esce nelle sale anche Il braccio violento della legge ("The French connection") di William Friedkin. 
Jimmy "Popeye" Doyle (Gene Hackman) e Buddy "Cloudy" Russo (Roy Scheider) sono due detective della Narcotici di New York, dai metodi piuttosto spicci, che, informati dell'imminente arrivo di un grosso carico di eroina, si mettono sulle tracce del trafficante internazionale Alain Charnier (Fernando Rey), in città per concludere l'affare. L'indagine diventa presto una questione personale per Doyle, in rotta con i suoi superiori, ma deciso a catturare la sua preda con ogni mezzo. 
Friedkin si ispira (liberamente) a fatti realmente accaduti, e mette in scena un meccanismo perfetto, sostenuto da una straordinaria prova di attori: il fil rouge è proprio il contrasto tra la testarda determinazione di Popeye Doyle-Gene Hackman, autentico mattatore del film, grezzo e inviso a tutti tranne che al suo sodale Cloudy, e l'aplomb aristocratico di Charnier, astuto e raffinato allo stesso tempo, genio del Male con modi da gentleman.
Cinque Oscar, tra cui miglior film, miglior regia e miglior attore (meritatissimo da Hackman), e in generale un saggio di tecnica cinematografica da parte di Friedkin, che diventerà celebre un paio di anni dopo con "L'esorcista" ma che già qui mette a frutto uno stile efficace e compatto, in cui dialoghi serrati e scene d'azione dirette in maniera magistrale garantiscono una tensione costante. Tra le sequenze giustamente rimaste celebri, l'inseguimento tra auto e metropolitana, che andrebbe (e probabilmente è) studiato nelle scuole di cinema, capolavoro di regia e di montaggio.
Akira Kurosawa lo citava tra i suoi preferiti di sempre. In definitiva, è un fulgido esempio di come film d'autore e film di genere possano convivere, e in alcuni casi trovare una sintesi perfetta.

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