Spesso considerato un capitolo minore della filmografia di Hitchcock, Nodo alla gola è in realtà all'altezza dei lavori migliori del regista; ma all'epoca della sua uscita nelle sale dovette scontare, oltre all'accoglienza tiepida della critica, anche l'ostracismo di alcuni distributori, per via dei due temi che tratta (uno esplicitamente, l'altro in maniera velata): l'immoralità dei due protagonisti, che li spinge a commettere un omicidio e a cercare di giustificarlo e di nasconderlo, e la loro omosessualità.
Brandon e Philip sono due ricchi giovani che vivono in un lussuoso attico di New York: nella primissima scena, li vediamo con indosso dei guanti e con una corda stretta intorno al collo di un altro giovane, che - scopriremo in seguito - è (anzi era) un loro amico e si chiamava David.
Un crimine evidentemente premeditato, viste le modalità; come se non bastasse, per quella sera i due hanno organizzato un ricevimento a cui sono invitati, oltre ad alcuni conoscenti, proprio i genitori di David e la sua fidanzata.
Il film sovverte fin da subito le logiche del giallo (sappiamo già chi ha commesso il fatto) e si concentra sullo studio delle varie personalità: quella dominante e morbosa di Brandon (John Dall), mente del delitto che ha addirittura l'idea macabra di servire il banchetto sulla cassa di legno in cui è nascosto il cadavere; quella fragile di Philip (Farley Granger), succube dell'amico ma tormentato dal rimorso e sempre sul punto di crollare; e quella ironica e sagace di Rupert (James Stewart), loro ex insegnante al college e uno degli invitati al cocktail, il solo che potrebbe smascherare la coppia di assassini e l'unico che Brandon teme veramente, tanto che con gli altri si spinge al punto di suggerire, tra le pieghe della conversazione, piccoli indizi sulla sorte dello sventurato David.
Un autentico tour de force psicologico, un kammerspiel sostenuto da una grandissima prova corale di attori, in cui non sfigurano nemmeno i comprimari (Cedric Hardwicke su tutti), ma soprattutto da una regia coraggiosa che ambienta praticamente tutto il film in una sola stanza, servendosi di dieci lunghi piani-sequenza collegati tra loro in modo da apparire come un'unica ripresa.
Prima pellicola di Hitchcock girata in Technicolor, e prima collaborazione tra James Stewart e il regista.
Per certi aspetti, una sorta di prova generale per "La finestra sul cortile", ma non meno raffinato, altrettanto lucido, e più profondo nell'analisi dei personaggi.
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